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  • Arcadio Pasqual

Digital Tax: Un modo per migliorare il mondo



Sicuramente un titolo ad effetto, ma ancora più sicuramente una verità assoluta!


Ma partiamo dall’inizio. Come sappiamo benissimo viviamo in un mondo pieno di problemi, problemi che vengono da lontano e che quindi sembrano impossibili da risolvere (eccetto quando i politici invocano soluzioni semplici – ma questo non è niente altro che un altro problema del mondo in cui viviamo). Ma se invece andiamo a prendere un problemino alla volta e cerchiamo di risolverlo, magari non avremo cambiato il mondo, ma lo avremo sicuramente migliorato.


Partiamo quindi con la Digital Tax


Di cosa si tratta? Si tratta di risolvere un annoso problema: quello di assicurare un “levelled playing field” – un sistema dove le regole sono le stesse per tutti, e nel frattempo magari rimpinguare le casse statali (possibilmente per spese utili!!!).


La Digital Tax è parte di un problema più grosso, quello dell’ottimizzazione fiscale delle grandi multinazionali, in inglese chiamato BEPS (Base Erosion and Profit Shifting) di cui parleremo in un altro momento. In particolare, la Digital Tax si riferisce in particolare alle multinazionali digitali (parliamo di società come Facebook o Google) che fanno fatturati enormi in paesi dove hanno poca o in alcuni casi nessuna presenza fisica.


Qual è il problema? Semplice: i profitti generati dal business locale vengono tassati da qualche altra parte del mondo, di solito in paesi con un livello di tassazione per le imprese molto basso (o inesistente).



Negli anni si sono fatti grossi passi avanti. Per esempio, molti settori sono regolati ed è imperativo avere una presenza nell’Unione Europea per poter fare business nell’Unione Europea. Ma pochi sanno che i più grossi paradisi fiscali al mondo non sono nelle immaginarie isole caraibiche, bensì a casa nostra: nella top 10 dei paradisi fiscali mondiali figurano stati come Olanda, Irlanda, Svizzera e Lussemburgo.


Quindi per pagare meno tasse a una multinazionale basta spostare la sede fiscale in Olanda (Fiat Chrysler Automotive docet), o Irlanda (vi ricordate della multa inflitta alla Apple?). Cosa dire? Se questo è possibile perché non si dovrebbe fare? Per la semplice ragione che non è giusto!


Se è pur vero che tasse dirette (come l’IVA) vengono comunque pagate nella nazione dove viene fatto il business (e anche su questo punto poi apriremo un altro tavolo), se andiamo a vedere i paesi in via di sviluppo vediamo che la maggior parte degli introiti da tasse vengono dalle tasse sulle società (anche perché non ci sono tanti altri ricavi da tassare).


Ed è proprio in quei paesi che le multinazionali hanno poca o nessuna presenza fisica nonostante un livello di business generato importante. In Kenya per esempio è stato calcolato che le tasse “non prelevate” equivalgono a più del doppio il suo budget di spesa sanitaria annuo, in un paese dove un bambino su quattro muore alla nascita!


Morale? Spostando la tassazione degli utili generati da un paese all’altro le multinazionali (e ancora più quelle “Digitalizzate”) pagano meno tasse e questo significa:

  • Che le imprese locali pagano più tasse di quelle estere e quindi naturalmente fanno fatica a competere!

  • Che le tasse non vengono pagate dove effettivamente si dovrebbero pagare (tecnicamente “dove il valore viene generato”!)

  • Che i paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di tasse sulle società vengono ulteriormente impoveriti

  • Che si crea una corsa al ribasso per abbassare i regimi fiscali in giro per il mondo

  • Che la fiscalità dei vari paesi viene spostata sulle persone fisiche (qualcuno deve pur pagare!)

Semplice da risolvere? Non così semplice purtroppo. La Francia e lo stesso Kenya ci hanno provato e si sono scontrati con …

… di questo ne parleremo in un altro momento.


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